|
(s.n.)
Crediamo che per cercare
di farsi un'idea di cosa volesse dire per la gente comune vivere la
guerra del fronte, possa dare un contributo questo testo scritto da
Don Angelo Frare, in cui vengono raccontate storie di una 'normalità'
fatta di privazioni, umiliazioni, sevizie che pur sfuggendo alla cronaca
della Grande Storia, arrivano a noi nel ricordo di quel prete che ha
rischiato la vita camminando sul filo sulla terra di nessuno per portare
un po' di sollievo a chi, disperato più di lui, viveva quel martirio.
Qui di seguito potete leggere la ralazione di don Angelo Frare al Commissario
Prefettizio di Moriago scritta al termine della Grande Guerra
Ill.mo
Sig. Commissario,
Perdoni
se prima d’ora non ho compilato la presente: in questi ultimi giorni
fui occupato nei lavori di preparazione per la venuta di Mons. Vescovo,
e per di più fui anche per alquanti giorni indisposto.
La
ringrazio sentitamente del suo interesse preso per me ed ora getterò
giù alla buona i punti più salienti dal momento dell’invasione a tutt’oggi.
Il
4 Novembre 1917, festa solenne a Mosnigo, in cui veniva inaugurata la
Statua dell’Addolorata, avvertii la popolazione nei termini seguenti:
Non ho ordini da darvi e perciò non mi sento in caso di consigliarvi
né di partire né di rimanere per non essere responsabile col mio consiglio
del male che vi accadesse partendo o rimanendo, però vi dico che, benché
io non sia vostro Parroco, io rimango con voi se voi rimanete e che
parto con voi se voi partite. Ma se voi rimanete, vi avverto di tre
cose: ho paura della fame; ho paura delle granate perché siamo al fronte
se i nostri, come spero, faranno resistenza al Piave; ho paura per voi
giovani e donne.
I
parrocchiani di Mosnigo rimasero tutti tranne nove persone requisite
dal bando Cadorna, ed io rimasi con loro.
Sabato
10 Novembre 1917 arrivarono in paese le prime soldatesche ed in sulla
sera assistemmo al primo spettacolo di spavento: battaglia al Piave:
ponte di Vidor, arrivo di granate in paese. Ad ogni momento i tedeschi
crescevano, quasi tutti gendarmi.
Rimasi
con la popolazione sotto le granate, esposti ad ogni sorta di sopraffazioni,
di violenze, di paure, di pericoli fino al 13 Dicembre. Descriverle
la storia minuta dei 35 giorni passati al fronte mi è impossibile: le
dirò solo che pel maggior bene dovetti accettare la dolorosa e difficile
carica di Sindaco, le dirò che ogni mattina avevo in casa mia 10, 20,
30 donne a riferirmi di essere state soggette a spaventi ed a paure
ed oltraggi durante la notte; fucili, revolver, bastoni, coltelli appuntati
ed io allora correre ogni giorno dal Comando per protestare. La notte
era più tremenda del giorno: la poco gradita visita delle soldatesche
con le relative rapine avveniva di notte in generale. Le dirò che le
donne coi bambini erano fuggite alle Rive sopra Col S. Martino per evitare
il tiro delle granate, ma quando i germanici perdettero la speranza
di passare il Piave, si dispersero per le rive ed avvennero violenze
innominabili, allora io diedi ordine alle famiglie di far ritorno tutti
in casa e morire piuttosto sotto le granate. I viveri cominciavano ormai
a mancare, i cavalli vivevano a granoturco e morivano, e non le dico
le mie proteste ed istanze presso il Comando per togliere questo malanno
e risparmiare il grano per gli uomini.
Una
notte, a mezzo botto, per ben due minuti io e mia sorella rimanemmo
sotto la punta del fucile appuntato alla nostra bocca sempre in atto
di sparare; mia sorella cadde per terra mezza morta, un uomo infermiccio
che albergava in casa mia, girava attorno la sala e temeva sempre che,
trovandosi dietro di me o di mia sorella, la palla che doveva colpire
me o mia sorella, potesse colpire anche lui.
Insomma
narrarle tutta la storia di 35 giorni, dal 10 Novembre al 13 Dicembre
non è possibile. In tutte le maniere ho affrontato i tedeschi, ed in
una delle ultime domeniche, a quei pochi che potevano venire a Messa,
io ricordai le tre cose dette il 4 Novembre, già ormai avverate. Quando
m’accorsi che l’ordine dello sgombero si avvicinava, per ben quattro
volte girai di porta in porta presso ogni famiglia ad avvertire che
a sangue freddo preparassero gli oggetti migliori in vestiti, biancheria,
vitto ecc.
La
popolazione di Mosnigo era destinata a Tarzo. Verso le ore 5 ant. Del
14 Dicembre i carri cominciarono a schierarsi lungo la strada con poca
roba, con pochissimi viveri e con la popolazione divenuta stupida ed
insensata, e fu una fortuna, perché così non poté comprendere la gravità
tutta, il peso grande dello sgombero con le sue conseguenze.
Ci
vollero sei ore per giungere a Solighetto, tratto di strada che si fa
comodamente in due ore a piedi. Quivi giunti dovemmo fermarci parte
nei campi e parte nel piazzale della Chiesa. Cercai a Solighetto e poi
a Soligo dai Comandi di avere un carro, prima promesso, per ritornare
a Mosnigo a prendere qualche oggetto fra i migliori in Chiesa ed i registri
parrocchiali e mi fu negato. Fu passata la notte nei granai dei Conti
Brandolin, rimanendo a custodia del carro proprio un uomo.
Si
passò la seconda notte all’aperto. Il tempo era buono. Una giovane tubercolotica
di Colbertaldo morì in tal notte. La mattina ripartimmo, e quando tutta
la lunga colonna fu avviata, io la sorpassai in tutta ed al bivio Lago
Tarzo scelsi tutti i carri che dovevano seguirmi a Tarzo, ove io rimasi
fino alla liberazione.
Ed
ora come si fa a narrare la dolorosa storia, il duro e terribile calvario
di un anno? Ho fatto tutti i mestieri, ho sostenute dure fatiche, ho
affrontati pericoli, ho lavorato giorno e notte, ho sofferto umiliazioni
penosissime, tutto quello che fu possibile ottenere dal Comando Austriaco,
tutto passò per le mie mani: pane, farina, granoturco, sale, carne bovina,
carne di cavallo, ecc. In Tarzo vi erano ben due mila profughi appartenenti
a Segusino, Valdobbiadene, S. Pietro, S. Stefano, Guia, Bigolino, Vidor,
Colbertaldo, Mosnigo, Col San Martino, Moriago, Pieve di Soligo. Con
l’Arciprete locale fu divisa la cura religiosa e le fatiche materiali
per la distribuzione dei viveri, salvo sempre ad aiutarsi a vicenda
e ad accordarsi nelle domande da farsi al Comando. Il Parroco dei profughi
da una parte, aiutato da profughi, e dall’altra il Parroco locale, coadiuvato
delle migliori persone del paese. La posizione mia fu criticissima.
Dovevo
difendere i profughi dal nemico e dagli abitanti; mi trovavo spesso
tra l’incudine ed il martello. Ben lo si comprende che il profugo non
portava vantaggi, ma solo danni, ma è ben vero che in generale eravamo
poco compatiti benché io mi possa chiamare fortunato: ebbi dei eri amici
e per primo il parroco, troppo oggi dimenticato, e gli abitanti avevano
qualche riguardo verso i profughi perché capivano che io ero alle loro
difese e terminavano col dire che con me era inutile parlare perché
sostenevo a spada tratta i profughi: e chi doveva sostenerli e difenderli?
Il male grande era che Tarzo era troppo vicino al fronte, era centro
di divisioni in riposo o di passaggio, sprovvisto di tutto. Fin da principio
dovetti sostenere il peso di molte famiglie che non avevano neppure
una palanca per pagare la fattura e la legna pel pane, e dovevo sempre
riserbarmi nelle dispense una riserva e poi, all’imbrunire, ero in giro
continuamente a portare alle famiglia più povere, sotto il mantello,
un po’ di pane, così posso gloriarmi di aver consumato un impermeabile
e di aver così operato un anno intero, dispiacente solo quando non lo
potevo fare.
E
chi può contare i viaggi ai Comandi di Cison, di Follina, di Vittorio,
di Longhere per domandare da mangiare? Sempre a piedi con strade impraticabili,
senza mangiare e spessissimo, mancando il passaporto venivo minacciato
di essere arrestato. Quante volte mi presentai al locale Comando di
Tarzo per ottenere la liberazione di poveri profughi arrestati, oppure
per difenderli da requisizioni o per atri motivi! E quante umiliazioni!
Un giorno veniva arrestata una giovane donna, che aveva un bambino da
latte, perché non si era presentata a scopare la strada. La suocera
venne da me a dirmi che se io fossi andato dal Comando a dichiarare
che la donna era mia parrocchiana e che aveva un bambino da latte, l’avrebbe
posta in liberà. Corsi subito dal Comando, trovai il maresciallo bestia
su tutte le furie, e così l’interprete. Manifestai il motivo di mia
visita, ma come due furie d’interno si scatenarono contro di me. Ed
io a soggiungere che ero venuto a pregare e dir le proprie ragioni è
lecito a tutti ed anche doveroso per certi casi. L’interprete bestemmiava
a rotta di collo. Richiamato da me ad avere un po’ più di rispetto com’io
lo rispettavo, non se ne dava per inteso e continuava.
Una
mattina in Chiesa il Cappellano del 51° Reggimento mi chiama in disparte
e mi domanda per latino: posso fidarmi di te? Mi giuri il segreto? Ricordati
che ne va di mezzo la testa mia e tua. Avutane affermativa risposta,
così si espresse: come uomini, siamo nemici, ma come sacerdoti siamo
confratelli e per questo io ti avverto che i soldati ti accusano, ti
calunniano presso i superiori come uno spione e vanno dicendo che tu
stai bene strozzato, impiccato meglio che quello di Farra (l’arciprete
di Farra era stato arrestato quando tale reggimento era a Farra). Sta
all’erta, non fermarti con la gente, se devi andare da ammalati o morti,
prenditi le sentinelle al fianco; altrimenti la vita ne va di mezzo.
Protestai ma era inutile, era necessario tenero conto dei consigli,
altro non c’era da fare. Avrei potuto fuggire a Fregona, ma temevo far
peggio, e poi i profughi? E quale la causa di questa congiura? Alla
porta della canonica c’era la sentinella pel Generale; i profughi che
avevano bisogno di parlare con me, non potevano farlo con facilità e
comodità e perciò quando io uscivo sulla strada, trovavo dieci, venti
e più persone che avevano bisogno di me, ed io sapendo di non far nessun
male, mi mettevo a disposizione di ognuno. I soldati, vedendo ciò, mi
accusavano di sobillatore e di spionaggio. Non le dico che brutti giorni
io abbia passati. Ogni mattina interrogavo il cappellano sul conto mio
e mi sentivo rispondere che la situazione a mio riguardo peggiorava
ogni giorno, che se quella divisione si fermava un po’ a lungo, era
molto difficile che la passassi senza almeno l’internamento. Come se
ciò non bastasse, un giorno verso il pomeriggio entra in casa il Cappellano
della divisione che sapeva parlare un po’ l’italiano, m’incontra e mi
dice: Mi manda il Maggiore, aiutante del Generale, a dirti che tu sei
accusato dai soldati di essere salito sul Campanile a compiere atti
di spionaggio. Protestai con tutte le forze, e sopraggiunto in quell’istante
l’Arciprete locale, il Cappellano a lui si rivolse dicendo: se non sei
stato tu, sarà stato l’altro sacerdote. Come due furie lo assalimmo,
con incalzante protesta, che valse a far vedere la nostra innocenza.
Di qui nuove e maggiori paure per me. Giunse l’offensiva, la divisione
dovette partire, ed io mi sentii alquanto sollevato. Mai come in quel
giorno desiderai la vittoria dei nostri, e la resistenza al Piave alla
vista del nemico che, ubriacato dalla creduta vittoria e passaggio del
Piave, passava superbo e baldanzoso insultando e scherzando l’Italia
e deridendo il soldato italiano. Dal Municipio di Tarzo, assistendo
un’ammalata, provai tale schianto nel vedere il soldato tedesco ebbro
di gioia feroce, che anche oggi tremo al ricordo.
E
che dovrei dirle del mio viaggio a La tisana con oltre otto persone
per trovar grano? Fummo lusingati ed ingannati dal Comando di Vittorio.
Quel viaggio! Il 24 Giugno ero a Latisana, e l’offensiva pel tedesco
era riuscita male. Da Latisana a Casarsa a piedi e lungo il Tagliamento
40 km senza mai mangiare. In Luglio ed Agosto si soffrì più di tutto
la fame e maggiore fu la mortalità. Il nemico ne fece una di buona:
lasciò, non sempre senza qualche incidente di qualche arresto provvisorio,
che la gente si portasse al fronte a raccogliere il frumento, seminato
in grande quantità l’autunno antecedente; fu grande fortuna. Ma quanti
pericoli, quanti arresti, e quante suppliche ai Comandi per la liberazione!
E molto ottenni.
E
come fare a narrare la lunga storia dell’oro, dell’argento per provvedere
da mangiare alla popolazione nei mesi di Luglio e di Agosto? Su mille
e cento persone partite da Mosnigo, nel mese di Agosto contai 30 morti.
E
l’industria per non lasciar senza chi non aveva né oro, né argento ed
accontentare tutti? Basti notare che dalla metà Luglio alla metà di
Agosto in Tarzo, con tale industria, potemmo portare ben 120 quintali
di farina, poco, dati i bisogni ed il numero della popolazione fra profughi
e civile, ma nessun altro paese fu così fortunato. Ed in ciò il merito
maggiore, va dato all’Arciprete di Tarzo.
Era
il mese di Luglio, non ricordo più i giorni precisi, erano certamente
i giorni in cui la popolazione correva ancora al fronte nel quartiere
del Piave a raccogliere il frumento ed in Tarzo una sera, dal famoso
Maresciallo ed interprete, sopra nominati, vennero arrestati diversi
uomini, tra i quali uno di Tarzo, profugo di Segusino! Rui Mario. Era
divulgata la voce che si trattava di spie italiane, che avevano tentato
di passare il Piave, ma che non vi riuscirono. All’indomani la moglie
del profugo arrestato venne a supplicarmi di portarmi presso il Comando
per implorarne la liberazione. Vi andai subito come era mio solito e
fu fortuna. Trovai il Maresciallo e l’interprete a confabulazione segreta.
Da prima non si volle ricevermi, insistei, poi sentita la domanda, mi
mandarono a carte quarantotto, ed io saldo fino a tanto che si calmarono
un po’ ed allora il Maresciallo cominciò a dirmi che ad uno degli arrestati,
non il profugo, perquisito si trovò il numero di matricola ed il numero
di un colombo viaggiatore; era una spia, fu legato e condotto al Comando
Supremo di Vittorio, ed ora verrà per lo meno internato e se altri motivi
aggraveranno la cosa, verrà fucilato. Poi mi aggiunse che i paesi di
Fregona, di Cappella e di Colle Umberto erano tenuti d’occhio perché
i Comandi sapevano quivi calati molti colombi viaggiatori, non mai consegnati,
e che questi paesi andranno facilmente soggetti a delle taglie e pene.
Aggiunse
di essere sulle buone tracce degli altri che sfuggirono all’arresto,
i connotati dei quali erano presi. Questo avveniva un sabato sera, ed
alla domenica mattina dopo la Messa prima, mi vedo comparire tutta tremante
una connetta da Fregona, mio paese natio, che da diversi anni non vedevo
più. La riconobbi e meravigliato della sua visita, le domandai il motivo.
Mi prese in disparte e mi disse di aver bisogno di me, mi domandò di
mantenere il segreto e che solo di me poteva fidarsi, incaricata da
altra persona. Chi era questi? Il Tenente aviatore De Carlo, calato
a Fregona, ove viveva nascosto, vestito da contadino con barba incolta
in casa della suddetta donna Tormasin Maria spostata a De Lucca in località
“Lugera”. Questo Tenente, dopo di aver compiuto per ben tre mesi tutti
gli atti di spionaggio che gli fu possibile servendosi di altre persone
di Fregona e di Vittorio, si unì al suo attendente Bottecchia e ad alcuni
profughi di Segusino per andare a frumento nel Piave coll’intenzione
di passare il Piave. Giunse nei pressi di Vidor, tentò il passaggio,
ma non vi riuscì. Nel ritorno si fermò a Tarzo e senza domandare che
razza di Maresciallo e più ancora che razza di interprete c’erano in
Tarzo, si mise franco in cortile con due altri. Verso le undici antim.
passò il Maresciallo col fido interprete, che notò la presenza dei quattro
uomini; vi ripasso un’ora dopo, ed erano ancor là, vi ripasso di nuovo
piombando in mezzo ed arrestandone due: l’attendente Bottecchia ed il
profugo da Segusino. Le mie informazioni, i numeri di matricola e di
colombo viaggiatore si combinano coi dati che mi offre la donna, che
metto a conoscenza di quanto avevo saputo sera innanzi in gendarmeria.
Domando se il tenente tiene colombi, ed avutane affermativa risposta,
raccomando di spedirli affinché vengano a prenderlo perché la sua vita
era in pericolo, domando se può far segnalazioni agli aeroplani, che
spesso volavano nel cielo di Fregona, perché facessero di tutto per
discendere e prenderlo perché la sua vita era in pericolo. Poi diedi
alla donna tutti gli atti di spionaggio sul Piave in riguardo alle fortificazioni
e lungo il Tagliamento, che io avevo percorso da La tisana a Casarsa
ad altro. Che se voleva fuggire subito (cosa più che sicura per lui),
poteva andare fino a La tisana e presentarsi a nome mio dal Parroco
di Ronchis, dal quale avrebbe avuto aiuti grandi per passare in Italia,
dato che colà v’era un servizio di spionaggio. Poi altre notizie mandai
a mezzo di mia sorella che veniva da Fregona a trovarmi ogni settimana
fino a tanto che lo seppi fuggito. Intanto si incarcerò, ma non si venne
a capo di nulla. Solo quando il Tenente De Carlo, col giglio maggiore
della Tomasin, De Luca Mario, giunse in Italia e visitando Fregona in
aeroplano, fece calare una cassettina con dei viveri e del denaro, depistata
alla De Luca, quella cassettina passò, causa un incidente, per le mani
del Comando, ed allora si risvegliò l’affare; ben 12 persone furono
incarcerate compresa la Tomasin De Luca. Da Tarzo venivano chiamati
testimoni, solo io rimasi del tutto libero. La Tomasin tacque allora,
come tacque anche dopo, e ciò non va. Se quella donna avesse parlato
io venivo senz’altro internato o fucilato, allora io ci sarei entrato
nel caso De Carlo, ma perché la donna tacque, ed era suo sacrosanto
dovere, ora non c’entro più nel caso De Carlo? E su questo punto vorrei
che fosse fatta luce: quanta fosse la paura in quei giorni (eravamo
in Settembre) di venir scoperto, internato e facilmente fucilato, coi
precedenti a mio carico, non posso descrivere. A dar colmo in Settembre
si facevano dai Comandi locali, note di sacerdoti e di persone civile
e non si sapeva il perché. Erano facilmente gli ostaggi, forse le vittime
della popolazione.
In
Giugno, Luglio, Agosto si moriva di fame, ed io consigliavo i miei profughi
a partire per altri lidi più fortunati. Ma che fare? Il Comando di Vittorio
non lasciava passare nessuno, ed io riuscii a far partire circa 550
persone da Tarzo ed a salvarle così dalla morte di fame. In primo luogo
io consigliava i miei profughi a trovarsi una abitazione in un paese
della bassa più provveduto, senza tanti soldati, e senza profughi. Trovata
la casa, s’informassero se Parroco e Sindaco andavano d’accordo tra
loro, e se erano ben visti dal Comando locale. Avute io buone risposte
in questi riguardi, scrivevo una lunga lettera al sacerdote del luogo
facendo vedere la situazione disastrosa e terribile dei profughi, e
che alla sua carità io mi rivolgevo affinché la tal famiglia fosse accolta
nella sua parrocchia. Allora il Parroco, oppure il Sindaco, commossi
ella mia lettera, si presentava al Comando mostrandosi disposti di accogliere
in paese la tal famiglia composta di tante persone. Il Comando vi metteva
il visto col timbro, poi io facevo lo stato di famiglia e con questi
documenti passavano dal Comando di Vittorio, il quale tutt’al più faceva
aspettare dalla mattina fino alle tre o quattro por. per l’approvazione,
e poi passavano liberi. Così facendo mandai famiglie a Fregona, a Piatta,
a Visinate, a Cecchini, ad Azzano, ad Azzanello, a Rovereto al Piano,
a S. Vito, ecc.
Avrei
tante altre cose da narrare, ma sarei troppo lungo. Ho fatto da infermiere,
condussi medici tedeschi da ammalati; m’impegnai per casse da morto,
assistei i più poveri e le poche persone civile perché meritavano compassione,
non essendo abituate al lavoro, dispensai denari, imprestai, non so
che cosa mi fosse rimasto da fare.
Ho
sofferto ogni sorta di privazione, la casa Canonica di Tarzo fu sempre
sede di Divisioni: generali, colonnelli, capitani, i quali ci mandavano
da una stanza all’altra, costretti alle volte a dormire per terra.
Finalmente
venne la tanto sospirata liberazione. Continuai il mio lavoro dispensando
i viveri che mi venivano concessi pei profughi. Subito i miei parrocchiani
cominciarono a far ritorno a Mosnigo trovandosi una qualche tana, in
cui riposarsi, non alla meglio, ma alla peggio. Chiamato dal Generale
Squillace, ancora in Novembre, feci ritorno a Mosnigo. Nei paesi di
Mosnigo, di Moriago, Vidor, Colbertaldo ero il solo sacerdote. Cominciai
a Mosnigo, il lavoro di ricostruzione. Dispensai viveri gratis, ottenni
dall’Autorità di prelevare dal Magazzino statale di Farra da solo, indipendentemente
dal Comune, per sfuggire le differenze che facilmente potevano sorgere
e le questioni. Organizzai il servizio postali, feci il postino, il
medito, tutto.
Sac.
Don Angelo Frare
|